Tipi, procedimenti e tecniche - Asia orientale
- L'America precolombiana
Medio Oriente
- Il
bacino mediterraneo
- Il mondo islamico
- La ceramica europea
I.
Introduzione![]()
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Materiale ricavato dalla
cottura, in appositi forni, di sostanze minerali
naturali, principalmente argilla
e caolino.
In particolare, dal caolino si ottengono la porcellana,
le terraglie e i grès fini, dalle argille comuni si
ottengono le terrecotte
e i grès naturali, e dalle argille fini le
maioliche.![]()
II.
Tipi, procedimenti e tecniche ![]()
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Con riferimento alla porosità del materiale,
prendono il nome di ceramiche a pasta compatta il grès e
la porcellana, di ceramiche a pasta porosa la
terracotta, la terraglia e la maiolica: le prime sono
per loro natura impermeabili all'acqua, mentre le
seconde lo diventano solo dopo essere state sottoposte a
vetrinatura o smaltatura. La terracotta è la meno
pregiata fra le ceramiche porose e si ottiene dalla
cottura a temperature relativamente basse (900-1200 °C).
A seconda della percentuale e del tipo di ossido di
ferro contenuto nell'argilla impiegata, durante la
cottura il materiale acquista colore rosso acceso, rosso
scuro, marrone o nero. Il grès si ottiene dall'argilla
cotta a temperature comprese fra 1200 e 1280 °C ed è un
materiale durissimo. Può essere bianco, grigio o rosso
scuro e, essendo a pasta compatta, viene vetrinato solo
a scopo decorativo. La maiolica o faenza viene prodotta
con argilla fine a basso contenuto di ossidi di ferro,
per cui è di colore oscillante fra il rosso chiaro e il
giallo paglierino; viene cotta di solito a 900-950 °C e
rivestita di smalto o vetrina
trasparente.![]()
A.
Preparazione e lavorazione
dell'argilla![]()
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Tranne il caso, raro, in cui si lavori
l'argilla naturale così come viene estratta dalla cava,
si deve anzitutto procedere alla miscelazione dei
componenti, regolando nello stesso tempo il grado di
umidità della miscela con l'eventuale aggiunta o
sottrazione di acqua. La plasticità dell'argilla
consente di modellare le forme più diverse: a tale scopo
si può ricorrere allo stampaggio o ad altri metodi, tra
cui la sovrapposizione a colombini (in cui si usano
rotolini di argilla calcati l'uno sull'altro), la
spianatura in lastre (in cui ci si avvale di pani di
argilla che danno luogo a manufatti di forma
geometrica), il colaggio (che consiste nel colare
lentamente in uno stampo l'argilla resa fluida
dall'aggiunta di acqua) e la foggiatura al
tornio.
Il tipo più semplice di tornio da vasaio,
inventato nel IV millennio a.C., è costituito da un
piatto orizzontale che gira attorno a un asse verticale.
Il ceramista modella il vaso o l'anfora con le mani
partendo da un blocco di argilla collocato al centro del
disco. Alcuni torni sono azionati a mano con l'aiuto di
un bastone e rappresentano la tipologia tuttora in uso
presso gli artigiani giapponesi. Nell'Europa del
Cinquecento apparve un nuovo modello di tornio, azionato
con i piedi mediante una ruota fissata all'estremità
inferiore dell'asse. Nel XIX secolo fu invece inventato
il tornio a pedale, sostituito nel Novecento da torni
elettrici, in cui il motore a velocità variabile
permette un maggiore controllo della rotazione e quindi
una lavorazione più accurata.![]()
B.
Essiccazione e cottura![]()
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Affinché cuocia senza rompersi, l'argilla
deve essere essiccata, cioè lasciata riposare fino a
perdere la maggior parte dell'umidità. Quando l'impasto
argilloso è quasi completamente asciutto risulta morbido
e poroso e può essere cotto sul fuoco a temperature che
si aggirano fra i 650 °C e i 750 °C: è questo il metodo
tuttora seguito per la fabbricazione di manufatti nelle
zone meno sviluppate del mondo. I primi forni, che
fecero la loro comparsa nel VI millennio a.C.,
richiedevano una particolare attenzione perché anche il
combustibile (dapprima legna e in seguito carbone)
poteva influire sul risultato finale, variando il grado
di durezza dell'argilla e producendo ad esempio
terraglie anziché grès.
Oggi vengono applicati i metodi della fiamma
ossidante e della fiamma riducente, che consistono
nell'aumentare o ridurre la quantità di ossigeno
disponibile per la combustione. A seconda del tipo di
cottura si ottengono infatti materiali diversi; ad
esempio l'argilla contenente un'alta percentuale di
ossido di ferro appare rossa se cotta con fiamma
ossidante, grigia o nera se cotta con fiamma riducente:
la variazione di colore è dovuta al cambiamento delle
percentuali relative di ossido ferroso (nero) e di
ossido ferrico (rosso) variabili a seconda della
reazione chimica.![]()
C.
Decorazione![]()
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Gli oggetti in argilla possono essere
decorati prima o dopo la cottura. Quando il materiale è
essiccato solo in parte e quindi leggermente rigido
"allo stato cuoio", è possibile applicare manici o
beccucci al recipiente, il cui corpo può a sua volta
essere abbellito con incisioni o piccoli fori, oppure
con figure a rilievo prodotte da uno stampino. Il vasaio
può inoltre applicare decorazioni metalliche a fuoco
oppure levigare le pareti del manufatto in modo che le
particelle ruvide rimangano all'interno e la superficie
esterna risulti liscia e
lucida.
Altre tecniche sfruttano l'effetto
ornamentale dato dalla sovrapposizione di argille di
colori diversi. Nel metodo dell'ingobbio il materiale
semiliquido può essere distribuito sul contenitore per
mezzo di una siringa, oppure usato per immergervi il
pezzo in modo che questo venga rivestito da una patina
spessa pochi millimetri. La procedura nota come
neriage consiste invece nel mischiare argille di
tinte differenti per farne un impasto che possa essere
lavorato a lastra, al tornio, a colombini ecc. Altre
tecniche sono infine lo sgraffiato, con cui si
realizzano disegni decorativi graffiando la superficie
con punte metalliche, e la serigrafia,
che trasferisce la decorazione sulla ceramica mediante
uno schermo di seta.![]()
D.
Smalti e vetrine![]()
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Nella storia della ceramica i prodotti privi
di rivestimento sono sempre stati più comuni di quelli
smaltati o vetrinati. La vetrina è una copertura
trasparente che si applica all'argilla ed è, come dice
il nome, simile al vetro.
Infatti è costituita da silice o da quarzo e nitrato o
carbonato di sodio o di potassio, ossido e carbonato di
piombo, oltre a eventuali sostanze
coloranti.
Sottoposta a fusione, tale miscela si
trasforma in una sostanza vetrosa che prende il nome di
"fritta" e che, una volta solidificata, viene frantumata
e polverizzata e quindi stesa sull'argilla cruda o sul
biscuit ("biscotto"), cioè sul materiale già
sottoposto a una prima cottura. Dopo l'applicazione il
pezzo deve essere nuovamente posto in forno a una
temperatura compatibile con quella necessaria per la
cottura dell'argilla.
Lo smalto bianco o stannifero ha la
medesima composizione della vetrina, cui viene però
aggiunto stagno, che conferisce una colorazione bianca e
coprente. Altre tinte si ricavano unendo allo smalto
bianco o alla vetrina ossidi metallici: ad esempio, gli
ossidi di ferro e i sali di uranio
conferiscono al pezzo una sfumatura rossa, mentre l'antimonio
produce il giallo e gli ossidi di zinco
e cobalto
il blu. Il rame
dà un colore verde alle vetrine di ossido di piombo e
una tinta turchese alle vetrine alcaline, mentre la
cottura in forno riducente dà luogo a una sfumatura
rossa.![]()
E.
Decorazione soprasmalto e sottosmalto![]()
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Le ceramiche possono essere dipinte prima o
dopo la cottura. Nel Neolitico
si ricorreva a ocre e altri pigmenti
naturali per decorare pezzi privi di rivestimento. Gli
ossidi metallici impiegati insieme alle vetrine
richiedono temperature più elevate per far sì che il
colore si fissi. Qualora si utilizzino smalti, occorre
invece sottoporre il pezzo a cottura "a piccolo fuoco"
(cioè a bassa temperatura). Le decalcomanie (disegni
stampati su carta sottile che si trasferiscono
sull'oggetto ceramico lasciando un decoro) sono il
metodo ornamentale più diffuso per la fabbricazione su
larga scala. Mentre nel Settecento le lastre stampate
venivano incise a mano, oggi ci si avvale della litografia
e della fotografia.
III.
Asia orientale ![]()
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Nell'antichità i principali produttori di
ceramiche nell'Asia orientale furono la Cina, la Corea e
il Giappone.![]()
A.
Cina![]()
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Nel Neolitico le ceramiche cinesi venivano
fabbricate con la tecnica a colombini e forgiate con
l'aiuto di un'asta metallica, mentre in un'epoca appena
più tarda (II millennio a.C.) i recipienti venivano
lavorati a mano e rifiniti al tornio. Nel Gansu,
nella Cina nordoccidentale, i vasi pan-shan,
realizzati con argilla a grana fine e di colore rosso
scuro, venivano dipinti con l'ausilio di pennelli e
pigmenti naturali e presentavano marcate linee a S che
formavano dei cerchi. Il primo tipo di forno usato dagli
artigiani cinesi fu quello a tiraggio verticale, in cui
il fuoco bruciava sotto il pezzo da cuocere e fori
praticati sulla parte inferiore consentivano alle fiamme
e al calore di salire. Le ceramiche long-shan,
provenienti dalle pianure centrali, erano lavorate al
tornio e comprendevano varie forme, dai tripodi alle
caraffe, dalle urne alle tazze, dalle anfore ai
calici.
Durante la dinastia
Shang (XVIII-XI secolo ca. a.C.) i manufatti
neolitici vennero presi a modello per la produzione di
oggetti in bronzo,
e stampi in ceramica di ottima fattura venivano usati
per foggiare gli oggetti metallici, come dimostrano
alcuni reperti archeologici. Le ceramiche Shang si
suddividevano in quattro tipi principali, di cui furono
riportati alla luce numerosi esempi ad Anyang,
nell'attuale provincia di Henan,
un tempo capitale del regno. Il primo tipo continuò la
tradizione neolitica dell'argilla grigia a pasta
grossolana, decorata con incisioni geometriche o con un
metodo che consisteva nell'intrecciare cordicelle
attorno a un bastoncino di legno che, ruotato e premuto
sul pezzo, dava luogo a fantasiosi motivi ornamentali.
Il secondo gruppo era formato da imitazioni di
recipienti in bronzo dal colore grigio scuro, il terzo
da ceramiche bianche finemente intagliate e l'ultimo da
grès vetrinato.
A parte la ceramica bianca, tutti i tipi di
ceramiche Shang sopravvissero durante il regno della dinastia
Zhou (XI-III secolo a.C.). Nel IV-III secolo a.C.
apparve una terraglia rossa decorata con vetrine a base
di piombo e impiegata per produrre imitazioni dei pezzi
in bronzo. Nel Sud il grès rivestito da vetrine di color
marrone chiaro venne modellato in forme
elaborate.
Nel 1974 il ritrovamento dell'armata
di terracotta dell'imperatore Shi Huangdi, il primo
della dinastia
Ch'in (221-206 a.C.), rappresentò un grande
progresso nella conoscenza dell'arte ceramica cinese. Si
trattava di un esercito imperiale composto da oltre
seimila soldati a grandezza naturale e da cavalli in
formazione militare. Queste bellissime figure, ricche di
particolari, furono foggiate nell'argilla grigia, con
teste e mani cotte separatamente e applicate solo in un
secondo momento. Vennero poi dipinte con brillanti
pigmenti minerali (mediante un procedimento detto
decorazione a freddo), la maggior parte dei quali si è
purtroppo scrostata.
Nel periodo delle Sei dinastie (III-VI
secolo d.C.) comparve il celadon,
un precursore della futura porcellana, che si liberò
finalmente dell'influenza della lavorazione del bronzo.
Giare, caraffe e piatti acquistarono linee più delicate,
ornandosi di semplici decorazioni incise o
modellate.
Durante la dinastia
Tang (VII-X secolo d.C.), gli oggetti prodotti si
arricchirono di elementi tipici dell'Asia centrale.
Ciotole e bacinelle venivano esportate in India,
nell'Asia sudoccidentale e nell'impero musulmano.
Prevalevano le terraglie bianche rivestite da una
vetrina gialla e verde con decorazioni a chiazze casuali
e la porcellana a sfumature bluastre o
verdastre.
La lavorazione della porcellana fu
perfezionata sotto la dinastia
Sung (X-XIII secolo), periodo in cui la ceramica
cinese raggiunse i massimi livelli di raffinatezza e di
elaborazione.![]()
B.
Corea![]()
La ceramica cinese ebbe grande influenza
sulla produzione coreana; gli artigiani locali seppero
tuttavia apportare abili modifiche ai modelli stranieri.
Il grès grigio, ritrovato in alcune tombe, fu tipico
della dinastia Silla (I secolo a.C. - X secolo d.C.),
durante la quale le ceramiche non venivano vetrinate e
il vasellame, dalle forme monumentali, presentava un
piede alto, allargato verso l'esterno, alleggerito da
aperture rettangolari. ![]()
C.
Giappone![]()
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Le più antiche ceramiche giapponesi
conosciute risalgono al Neolitico, e più esattamente
alla cultura Jomon, sviluppatasi tra il 3000 e il 350
circa a.C.: erano modellate a mano con la tecnica a
colombini. Abbellite da tessiture decorative ottenute
tramite cordoncini intrecciati, venivano cotte sul fuoco
a bassa temperatura e si distinguevano per la gamma
cromatica che variava dal rossiccio al grigio e al nero.
Diffuso era inoltre l'impiego di ossido di ferro per
conferire una colorazione rossa a statuette funerarie e
oggetti d'uso domestico.
Fra il III secolo a.C. e il III secolo d.C., gli artigiani giapponesi usavano due diversi tipi
di forno, tuttora in uso: il forno in salita, di
provenienza coreana, veniva scavato sul pendio di una
montagna ed era dotato di ben venti camere di cottura,
in cui i pezzi cuocevano per periodi molto lunghi, che a
volte raggiungevano le due settimane. Nel forno a
tiraggio verticale i pezzi venivano cotti da un fuoco
acceso in una fossa coperta ed erano collocati in una
camera di cottura circolare all'estremità della fossa
stessa; la parte superiore del forno era coperta, a
eccezione di uno sfiatatoio da cui usciva il
fumo.
Al periodo detto kofun ("tumulo
funerario", III-VI secolo d.C.) risalgono i manufatti
ritrovati nelle magnifiche tombe degli imperatori
giapponesi, noti come ceramiche haji. Di grande
pregio furono gli haniwa, cilindri in terracotta
disposti intorno ai sepolcri e spesso coronati da
statuette funerarie che rappresentavano persone o
animali.
Nell'epoca Nara (VIII secolo d.C.) si fece
predominante l'influsso della produzione cinese. Mentre
gran parte delle vetrine era monocromatica (verdi o
giallo-marrone), altre avevano due tonalità (verde e
bianco) e alcune persino tre. I motivi ornamentali più
apprezzati erano le chiazze e le striature, anche se non
in forme raffinate quanto quelle
cinesi.
Tra il X e il XII secolo i rapporti con la
Cina si fecero più freddi e tra le conseguenze si ebbe
un declino nell'arte della ceramica, che rifiorì solo
nel XII-XIII secolo. Il principale centro dell'attività
fu allora Seto, non lontano da Nagoya.
Il ki-seto, o seto giallo, prodotto
tuttora, subì l'influsso del celadon Sung, che
tanto successo aveva riscosso in Cina; i vasi giapponesi
si distinsero però dai modelli di partenza per la
cottura in forni a fiamma ossidante, che conferiva ai
pezzi sfumature gialle e
ambrate.
Tra il XIV e il XVI secolo, la tradizione
della cerimonia
del tè incoraggiò la creazione di splendidi
recipienti, che riflettevano l'eleganza discreta e
raffinata della cerimonia e che incontrarono il favore
dei militari e delle classi
medie.
Una tipologia di tazze da tè molto
ricercata era quella conosciuta come temmoku,
caratterizzata da una vetrina marrone-porpora e in voga
ancora oggi. Dai forni di Seto provenivano oggetti di
pregio così evidente che anche i prodotti di altri forni
presero il nome di ceramiche seto. Altrettanto
famosa divenne la ceramica
raku, fabbricata ancora adesso dalla
quattordicesima generazione della medesima famiglia. Il
raku, con cui si producono tazze, piastrelle e
recipienti di vario genere, viene modellato a mano
secondo un criterio di calcolata asimmetria, rivestito
da più strati di vetrina e cotto a bassa temperatura.
Quando la vetrina si è fusa, il pezzo viene prelevato
dal forno per mezzo di pinze: raffreddandosi rapidamente
il materiale, sulla vernice, a causa dello sbalzo di
temperatura, si forma la caratteristica
screpolatura.
Un'altra varietà di ceramica popolare nello
stesso periodo fu il karatsu, che rivelava
chiaramente l'influsso della ceramica coreana.
Esistevano numerose qualità di karatsu: la più
famosa era abbellita da disegni geometrici e
raffigurazioni di erbe e glicini dipinti in argilla
semiliquida dalla colorazione biancastra. Nello stesso
periodo si raggiunsero risultati notevoli nella
lavorazione della ceramica bizen, un grès
durissimo, di solito rosso mattone, ma soggetto a
variazioni di colore dovute all'alternanza di cottura a
fiamma riducente e a fiamma ossidante. I prodotti dello
stile bizen non presentano alcun rivestimento, a
parte la vetrina naturale formata da cenere o
paglia.
Le opere degli attuali artigiani giapponesi
sono molto ricercate e, sebbene abbiano subito l'impatto
dei modelli europei, conservano ancora gli antichi
metodi di lavorazione e le decorazioni tradizionali. I
grandi centri del passato hanno infatti mantenuto
invariata la loro fama e si avvalgono ancora delle
argille locali. Il più celebre ceramista giapponese del
XX secolo fu Hamada Shoji, che diede anche un forte
stimolo al recupero delle arti popolari. Privilegiò il
grès verde oliva, grigio, marrone e nero e non volle mai
firmare i suoi pezzi, lasciando il suo nome solo sui
contenitori in legno che li accoglievano.
![]()
IV.
L'America precolombiana ![]()
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L'antica ceramica americana, che aveva una
funzione insieme pratica e religiosa, si contraddistinse
per forme e decorazioni del tutto diverse rispetto a
quelle europee e per l'elevato livello artistico dei
prodotti. I metodi più diffusi erano la tecnica a
colombini, la foggiatura a mano e lo stampaggio, mentre
il tornio era del tutto sconosciuto. I motivi
ornamentali erano dipinti con argilla semiliquida
colorata mediante l'aggiunta di pigmenti vegetali e
minerali.![]()
A.
America meridionale![]()
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Sebbene i pezzi più antichi, datati intorno
al 3200 a.C., siano stati ritrovati in Ecuador, i
principali stili sudamericani videro la luce in Perù
dove al motivo del giaguaro, tipico della produzione
chavín (VIII-V secolo a.C.), seguì nel I
millennio d.C. una delle migliori ceramiche
precolombiane, quella prodotta dalla cultura mochica
lungo la costa settentrionale. I vasi, fabbricati in
serie con stampi in negativo, venivano sottoposti a
cottura ossidante, il cui risultato era un colore rosso
o rosato. La decorazione abbracciava figure umane,
rituali o fantastiche. Più a sud la civiltà
nazca fabbricò giare policrome dalla doppia
imboccatura, abbellite perlopiù da figure stilizzate di
animali. In un'epoca successiva i tiahuanac
e gli inca
crearono stili di buon livello ma meno
caratteristici.![]()
B.
America centrale![]()
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Le culture mesoamericane del 1500-1000 a.C.
idearono numerosi stili che includono le figurine
naturalistiche degli olmechi,
i vasi policromi a tre piedi ritrovati a Teotihuacán
e le ceramiche tolteche
dipinte di rosso su fondo crema o di arancione su fondo
bruciato. In seguito tra gli aztechi
si affermarono i motivi astratti, poi sostituiti da
uccelli e altri esseri viventi. Gli zapotechi
e i mixtechi,
che occupavano una regione più meridionale, furono
impermeabili all'influsso azteco e modellarono figure
animali, umane e divine, oltre a un tipo di ceramica
policroma, fondamentale per lo sviluppo futuro dei
prodotti messicani.
I risultati più notevoli furono comunque
raggiunti dai maya,
il cui repertorio comprendeva statuette, vasi cilindrici
policromi ornati da scene e geroglifici,
nonché placche in ceramica stampata o plasmata abbellite
dalla raffigurazione di episodi di vita
quotidiana.![]()
C.
America settentrionale![]()
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Nel I millennio a.C. gli abitanti della
regione del Mississippi produssero ceramiche dipinte,
incise e plasmate. Nel Sud-Est gli hohokam produssero
invece un tipo di ceramica di colore rosso, chiara su
fondo scuro, mentre agli anasazi va attribuita una
particolare qualità di ceramica policroma. Entrambi i
materiali erano ornati da figure umane e animali, e
divennero famosi quanto la ceramica mimbres della
cultura mogollon, caratterizzata da disegni geometrici,
uccelli, pipistrelli, rane e scene cerimoniali dipinte
in nero su fondo bianco. Tutte queste tradizioni
confluirono poi nella moderna arte pueblo,
nota per le sue ceramiche nere.
V.
Medio Oriente ![]()
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I più antichi manufatti mediorientali
furono riportati alla luce a Çatal Hüyük, in Anatolia,
e risalgono al 6500 a.C. Oltre a statuette sacre in
terracotta e a figurine in argilla dipinta, la
produzione di questa zona (poco lontana dall'attuale
Çumra, in Turchia) comprende pezzi dipinti con ocra
rossa su fondo color crema. Altri oggetti erano invece
monocromatici: beige, rosso scuro, grigio chiaro e
marrone. La tecnica più diffusa era quella a colombini,
anche se non mancavano vasi con semplici incisioni a
linee orizzontali, e i metodi di cottura prevedevano
l'uso di forni da pane o di forni chiusi con camere di
cottura separate. Altre ceramiche del Neolitico,
provenienti soprattutto dalla Siria,
presentavano disegni impressi sulla superficie o
venivano pettinati con
conchiglie.![]()
A.
Persia e Mesopotamia![]()
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Le più antiche ceramiche dipinte della
Mesopotamia
settentrionale furono prodotte poco prima del V
millennio a.C. A Samarra figure stilizzate di uomini e
animali venivano disegnate in rosso, marrone o nero su
fondo rosso scuro e poco più tardi Tell Halaf si
distinse per la qualità dei suoi prodotti, dovuta alla
maggiore familiarità con i forni acquisita dai vasai
locali.
Nello stesso periodo gli artisti
persiani dipingevano motivi geometrici su vasi
coperti di argilla semiliquida dalle tinte tenui.
Attorno al IV millennio a.C. entrò nell'uso il tornio e
la Persia
conobbe le ceramiche monocromatiche rosse e grigie
grazie alle migrazioni di popolazioni settentrionali. La
città di Susa si distinse per i pezzi di colore chiaro a
forma di calice, coppa emisferica e giara, le cui
decorazioni più caratteristiche furono i motivi
astratti, sebbene non mancassero immagini animali o
vegetali. Più tardi incontrarono grande favore le
figurazioni di cavalli, che oggi gli studiosi pongono in
relazione con le migrazioni dei popoli della
steppa.
La ceramica vetrinata fece la sua comparsa
attorno al 1500 a.C., periodo in cui i prodotti migliori
non erano destinati all'uso domestico, bensì alla
decorazione di edifici. Tale tradizione vide la luce nel
III millennio a Uruk, dove nicchie e colonne sono
alleggerite da delicate figure geometriche composte da
piccoli coni con base colorata e affondata con la punta
nell'intonaco fresco. A Babilonia,
durante il dominio dei cassiti
(metà del II millennio a.C.), la terracotta non
vetrinata veniva usata per rivestire le facciate di
templi e palazzi, mentre più tardi, in quella che è
l'attuale Khorsabad, la capitale del regno di Sargon
II (722-705 a.C.), l'entrata del tempio fu abbellita
da mattoni smaltati raffiguranti una teoria di animali.
La riproduzione di motivi analoghi raggiunse i risultati
più notevoli nel VI secolo a.C. a Babilonia, dove la
celebre via processionale fu decorata con mattoni
smaltati che riproducevano un gran numero di tori,
draghi e leoni dai colori variabili tra il giallo, il
marrone e il nero, incisi o modellati su fondo blu o
blu-verde. Le pareti della sala del trono sfoggiavano
bellissimi leoni, mentre le colonne erano sormontate e
circondate da palmette e fiori di loto stilizzati. ![]()
VI. Il
bacino mediterraneo ![]()
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I manufatti provenienti dalle isole
dell'Egeo e del Mediterraneo (soprattutto Creta e
Cipro), risalenti alla fine dell'età
del Bronzo e all'inizio dell'età
del Ferro, testimoniano la grande originalità degli
artisti, che dipinsero motivi geometrici, astratti e
figurativi, su pezzi bicromi.![]()
A.
Egitto![]()
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Nel V millennio a.C i vasai egizi
produssero stoviglie, giare e coppe sottili, aggraziate
e dalle raffinate decorazioni. La ceramica dipinta del
IV millennio a.C., invece, non riuscì a mantenersi al
medesimo livello. Nell'Egitto
faraonico conobbero larga diffusione le faenze
(molto diverse da quelle che si sarebbero prodotte in
Europa secoli dopo); apparse intorno al 2000 a.C., erano
caratterizzate da smalto verde scuro o blu che ricopriva
una superficie ricca di quarzo in polvere ed erano più
simili al vetro che alla ceramica. Gli oggetti più
richiesti erano gioielli
e grani per collane, nonché raffinate tazze, scarabei e
statuette, che venivano sepolti con i
defunti.![]()
B.
Grecia![]()
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L'arte della ceramica fu molto importante
per la Grecia classica. L'argilla locale veniva lavorata
al tornio e ogni forma possedeva un nome specifico e una
funzione particolare all'interno della società e delle
cerimonie greche: l'anfora era un contenitore alto e a
due anse adatto alla conservazione di vino e olio;
l'hydría era un vaso da acqua analogo all'anfora,
ma dotato di due anse orizzontali e una verticale; il
lékytos era un recipiente dal collo stretto e di
forma talora allungata, talora tondeggiante; la
kýlix era una coppa a due anse con piede di
lunghezza variabile; l'oinochóe serviva come
brocchetta per versare il vino; il cratere era infine
una larga brocca usata per mescolare l'acqua con il
vino. Caratteristiche del periodo
ellenistico furono inoltre le ceramiche nere e prive
di decorazioni ispirate tanto alla ceramica decorata
quanto agli oggetti in metallo, due tipologie che
influenzarono l'artigianato
romano.
Verso la fine dell'età del Bronzo i micenei
avevano iniziato a dipingere sui loro vasi piante,
creature marine e animali fantastici. Attorno al 1000
a.C. ad Atene si sviluppò lo stile geometrico, in cui la
funzione decorativa non era più affidata al colore bensì
alla linea, le cui forme seguivano la struttura dei
vasi. Gli esempi più rappresentativi di tale tendenza,
che entrò in crisi nel VI secolo a.C., sono i vasi del
Dípylon, così chiamati dalla porta del quartiere
ateniese del Ceramico e datati intorno al 750 a.C.,
impreziositi da fasce decorative con raffigurazioni di
guerrieri e di figure disposte in successione
orizzontale. A Rodi e a Corinto fu invece elaborata la
ceramica orientaleggiante, che si distinse per le fasce
figurate orizzontali e per la prevalenza delle strisce
di animali stilizzati, in cui piccoli motivi geometrici
autonomi si affastellavano intorno alle raffigurazioni
per riempire il fondo, altrimenti
neutro.
I vasai dell'Attica
si distinsero per i pezzi ingobbiati in argilla di
colore rosso-arancione su cui soggetti in nero venivano
disegnati con appositi pennellini. Le tinte usate per
raffigurare gli abiti e la carnagione erano il bianco e
il rosa e i disegni più in voga furono poche figure
umane e carri trionfali, cui si aggiunsero anche animali
ed esseri mitologici (soprattutto nella fase
orientaleggiante che seguì il periodo geometrico),
talvolta intervallati da motivi geometrici vegetali. A
partire dal VI secolo gli artisti preferirono le figure
umane a quelle animali, rappresentando perlopiù uomini,
divinità, battaglie, banchetti, musici, matrimoni,
cerimonie e scene di vita quotidiana. Talvolta venivano
addirittura citati i nomi di eroi ed episodi e le scene
di spunto mitologico o letterario divennero sempre più
ricorrenti. La tecnica detta "a figure nere" diede a sua
volta luogo a due tendenze: se da una parte vi erano
infatti i pittori miniaturisti,
orientati verso l'illustrazione di scene mitologiche
ricche di personaggi, dall'altra vi furono artisti, come
ad esempio Exechia,
che privilegiarono episodi concentrati su pochi eroi
principali, le cui vicende costituivano un quadro vero e
proprio.
Attorno al 530 a.C. si ebbe un'importante
innovazione nell'arte ceramica. I vasai invertirono i
colori inventando la tecnica a figure rosse su fondo
nero, che fu popolare soprattutto tra il 510 e il 430
a.C. Il fondo veniva dipinto di nero e il decoro in
negativo risaltava grazie all'impiego di argilla
rosso-arancione. La nuova procedura lasciava al
ceramista maggiore libertà consentendogli anche di
diluire la vernice per sfumare le tinte. I colori
secondari del rosso e del bianco persero parte della
loro importanza, mentre talvolta si usò l'oro per la
rappresentazione di gioielli o particolari in metallo.
L'anatomia delle figure si fece più realistica e dopo il
480 a.C. anche i gesti e le espressioni. Molto
caratteristici furono in questo ambito i vasi
"bilingui", che rappresentavano due volte la medesima
scena sfruttando il contrasto tra il vecchio e il nuovo
procedimento. ![]()
C.
Roma![]()
![]()
I romani apprezzavano i manufatti in
argilla ravvivata da una vernice di colore rosso
brillante. Il metodo vide la luce sulle coste orientali
del Mediterraneo nel tardo periodo
ellenistico e consisteva nell'immergere i pezzi in
argilla a elevato contenuto di silice
che, lucidata, garantiva una notevole brillantezza, e
nel cuocerli a fiamma ossidante. La tecnica decorativa
più diffusa fu quella della terra sigillata,
ovvero ornata dai sigilla, piccoli disegni a
rilievo impressi con stampi a elementi intercambiabili
(vedi Sigillo),
fattore che offriva ai ceramisti la possibilità di
variare a piacimento i disegni. Il metodo si diffuse in
gran parte dell'impero, specialmente nell'Italia
settentrionale e in Gallia, a partire dal I secolo a.C.
e il vasellame così decorato fu il più utilizzato dai
legionari romani che conquistarono le regioni
nordoccidentali.
In altre parti d'Italia, e in particolare
in Etruria, gli oggetti di colore nero rimasero invece
in voga. Gli etruschi
divennero famosi per l'uso del bucchero, un materiale la
cui composizione rimane ancora oggi ignota nonostante si
ritenga che la colorazione nerastra derivasse
dall'aggiunta di polvere di carbone all'argilla di base.
Oggi si chiamano genericamente buccheri i manufatti
prodotti con questo materiale, dai vasi più raffinati ai
recipienti più grossolani. Gli artisti etruschi si
servirono di numerosi metodi decorativi: oltre ai
soggetti in rilievo entrarono infatti nell'uso figure
impresse con rotelle o stampini e fregi già compresi
nello stampo con cui si dava forma
all'oggetto.
Anche le ceramiche ispirate a quelle greche
verniciate di nero conobbero larga diffusione
nell'impero romano, assumendo talvolta le forme degli
oggetti celtici in metallo (vedi Arte
celtica). A volte l'argilla veniva lavorata in modo
da ottenere una decorazione a puntini; in altri casi si
ricorreva ad argilla semiliquida di colore bianco o a
pigmenti. I vasai romani utilizzarono anche vetrine al
piombo colorate con ossidi metallici, producendo
ceramiche destinate a diventare le più famose
nell'Europa medievale. ![]()
VII.
Il mondo islamico ![]()
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Al tempo degli
Omayyadi
(VII-VIII secolo) i ceramisti attivi nei territori arabi
furono debitori delle tecniche di fabbricazione e
decorazione ellenistiche e sasanidi. Le manifatture
siriane e mesopotamiche imitarono inoltre la tecnica
romana della terra sigillata, mentre in seguito
gli artigiani islamici riscoprirono il metodo egizio
della vernice vetrificata a base alcalina. A partire dal
IX secolo i pezzi musulmani subirono infine l'influenza
dei modelli cinesi, soprattutto dei "bianchi" Tang, tra
il IX e l'XI secolo; tra il XII e il XIV secolo si
ispirarono alle ceramiche bianche Sung e tra il XV e il
XIX secolo agli oggetti bianchi e blu prodotti sotto la
dinastia Ming.![]()
A. Gli
stili arabi medievali![]()
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Nel IX secolo i califfi della dinastia
abbaside
indussero gli artigiani a usare l'argilla locale per
imitare le ceramiche Tang vetrinate. I vasai arabi
elaborarono tuttavia uno stile autonomo, tracciando
sulla superficie bianca disegni floreali e geometrici in
blu, giallo, verde e porpora, oppure ricorrendo alla
tecnica dello sgraffiato, grazie alla quale sul fondo
candido spiccavano i soggetti ornamentali nel colore
rosso bruno dell'argilla incisa con una punta metallica.
Alcuni reperti mesopotamici rivelano anche l'uso della
tecnica egizia del lustro: gli oggetti già vetrificati
venivano dipinti con pigmenti metallici e sottoposti a
nuova cottura in forno riducente. L'effetto ottenuto era
quello di un'impercettibile pellicola metallica colorata
e lucida che ricopriva la
superficie.
Quando nel X secolo molti artigiani
lasciarono l'Iraq per emigrare nelle regioni occidentali
del mondo islamico, portarono con sé la tecnica del
lustro destinata a influenzare la produzione europea
giungendo nel continente attraverso la Spagna occupata
dai mori
e divenendo popolare anche nell'Egitto dei fatimidi.![]()
B.
Persia e Turchia
Con l'avvento al potere dei
selgiuchidi,
nel XII secolo la Persia divenne il maggiore centro
mediorientale della produzione di ceramiche. Gli artisti
persiani idearono un impasto duro e bianco molto simile
alla porcellana cinese, e lo sfruttarono per la
produzione di pezzi monocromi, soprattutto di colore
bianco e blu cobalto, che ricordavano il celadon
orientale. Allo stesso periodo risale l'invenzione della
ceramica denominata minai ("smalto"), ottenuta
riproducendo parte dei disegni sul materiale crudo,
sottoponendolo a una prima cottura, terminando la
decorazione con altri colori e infine cuocendo
nuovamente il manufatto. I soggetti ornamentali erano
spesso eseguiti da miniatori e si rifacevano ai temi
degli stessi manoscritti
miniati: battaglie, scene di corte e battute di
caccia. All'epoca della conquista mongola il
minai fu sostituito da ceramiche dipinte a colori
opachi su fondo blu o turchese, e i vasai di Kashan
presero a imitare il celadon cinese. Le vernici
vetrificate blu cobalto erano apparse in Persia nel IX
secolo, ma con il tempo persero la loro popolarità.
Furono riprese fra il Trecento e il Settecento in
risposta alla richiesta cinese ed europea di esemplari
blu e bianchi.
Iznik fu uno dei maggiori centri di
fabbricazione della tarda ceramica musulmana e si
distinse per i suoi prodotti a partire dalla fine del
Quattrocento. Se inizialmente l'attività si concentrò su
pezzi bianchi e blu, nella prima metà del XVI secolo i
manufatti di Iznik allargarono la propria gamma di
colori al turchese, al porpora, al verde e al nero, per
poi passare verso il 1550 a una caratteristica tonalità
di scarlatto. I motivi più apprezzati erano quelli
vegetali e in particolare i tulipani, riprodotti su
piastrelle, piatti e
recipienti.
Dalla città di Kubachi prese nome un'altra
importante produzione, contemporanea alle ceramiche di
Iznik, la cui caratteristica principale fu data dalle
eleganti composizioni di uomini e piante, scandite
perlopiù da archi. In generale le ceramiche dell'Islam
venivano modellate per mezzo di stampi e avevano forme
ispirate all'arte cinese o agli oggetti in metallo.
Oltre al lustro, un ramo molto originale
dell'artigianato locale fu la fabbricazione di
piastrelle per le moschee.
VIII.
La ceramica europea ![]()
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A. La
produzione anteriore al 1800![]()
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Le ceramiche musulmane abbracciano anche la
produzione spagnola del periodo compreso tra il XIII e
il XV secolo. Tali manufatti, definiti
"ispano-moreschi", provenivano soprattutto da Paterna e
Valencia e venivano esportati dall'isola di Maiorca,
dal cui nome derivò il termine italiano
"maiolica".![]()
1.
Maioliche italiane e di Delft![]()
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In Italia, già nel XII secolo erano attive
le manifatture di maiolica ingobbiata di Firenze, Siena,
Orvieto e Faenza. Fino al XIV secolo era diffuso l'uso
di piatti di maiolica decorati a disegni geometrici
policromi come ornamento architettonico, ma fu nel XV
secolo che l'arte ceramica visse il suo periodo felice.
La terracotta, in precedenza limitata agli ornamenti,
incisi o a rilievo, intorno a porte, finestre e archi,
fu nobilitata in pregevoli opere di scultura da artisti
come Antonio
Pollaiolo e Donatello
in Toscana, Niccolò dell'Arca e Guido Mazzoni in Emilia.
Nel contempo, Luca
e Andrea
Della Robbia perfezionarono l'uso delle maioliche
nella scultura e nella
decorazione.
Nelle città toscane si susseguirono gli
stili ornamentali, primi fra tutti quello detto dei
verdi (per i caratteristici contorni verdi delle figure)
e la decorazione "a penna di pavone", di derivazione
orientale. Verso la fine del Quattrocento i motivi
prevalentemente geometrici che decoravano piatti e vasi
furono sostituiti da raffigurazioni a tutto campo di
scene e personaggi ispirati alla pittura dell'epoca, con
abbondanza e ricchezza di colori: figure singole o scene
mitologiche o sacre, immagini di caccia o di guerra. Le
manifatture più creative, in questo genere di maiolica
"istoriata", erano a Faenza, Urbino, Pesaro, Cafaggiolo,
Gubbio, Casteldurante. Da allora e per lungo tempo una
posizione di primo piano fu occupata dalle ceramiche
di Faenza, città dal cui nome deriva il termine
francese faïence, coniato dopo il 1600 e tuttora
usato come sinonimo di maiolica (anche nella versione
italiana di ritorno, "faenza"). Dopo la maiolica
istoriata, a Faenza ebbe grande successo una decorazione
stilizzata a colori tenui su smalto bianco (lo stile dei
"bianchi di Faenza"). Verso il 1650 la fabbricazione di
maiolica si concentrò nella città olandese di Delft dove
nacquero le celeberrime maioliche
di Delft. Tra il 1630 e il 1700 questo centro
produsse infatti un materiale sottile, dalle decorazioni
delicate, adatto alla realizzazione di piastrelle,
piatti, brocche e vasi.
Nel frattempo, in Italia, il numero delle
manifatture di maiolica continuava a crescere, anche se
nessuna ai livelli di eccellenza di Delft: a cominciare
dal Seicento e per tutto il Settecento si produssero
decorazioni istoriate, con scene generalmente burlesche,
a Montelupo Fiorentino, in stile cinquecentesco a
Caltagirone, ancora istoriate a Castelli in Abruzzo.
Furono molto attive le manifatture liguri di Savona e
Albisola e quelle venete di Bassano, Angarano e Nove,
nelle cui decorazioni prevaleva il gusto barocco.
Alla fine del Settecento, a un nuovo fulgore della
produzione di Faenza e Orvieto si affiancarono in bella
evidenza le maioliche istoriate di San Quirico d'Orcia,
vicino a Siena, e quelle a figurine e paesaggi, imitanti
lo stile cinese, di Lodi e
Milano.
Fino all'inizio dell'Ottocento in Europa
conobbe larga diffusione un tipo di ceramica che si
otteneva immergendo il vaso già cotto in una vetrina
piombifera cui era stato aggiunto ossido di stagno
(sbiancante e opacizzante), il quale consentiva di
nascondere del tutto il colore dell'argilla e di
ricavare una superficie che poteva essere dipinta nella
tinta desiderata mediante cottura a temperature elevate.
Nel Settecento si usava dipingere la vernice stannica
con smalti, per poi sottoporre i pezzi a cottura
ulteriore.
Sul finire del Settecento la supremazia
olandese venne indebolita dall'innovazione britannica
della terraglia a impasto bianco e poroso. La tecnica,
nata nello Staffordshire, fu perfezionata da Josiah
Wedgwood, la cui fabbrica si specializzò nella
lavorazione di terraglie dette cream-coloured, di
stile
neoclassico e di finissima qualità, ed ebbe il
merito di trasformare la ceramica da bene di lusso a
oggetto di uso comune.![]()
2.
Grès e terraglie rivestite in vernice
piombica![]()
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Il grès europeo fu eleborato in Germania
sul finire del Trecento. Si trattava di un materiale
rivestito da smaltatura a sale, o "salatura", ottenuta
cospargendo di sale (cioè cloruro di sodio) il fondo del
forno di cottura: lo strato vetroso si forma per fusione
di un velo superficiale del materiale ceramico
arricchito dall'ossido di sodio fondente, originato
dalla vaporizzazione del sale. Tra il XVI e il XVII
secolo si affermarono le terraglie Hafner, ricoperte di
vernice piombica e dalle forme che imitavano i bricchi e
i boccali in metallo. Le tradizionali terraglie inglesi
erano rivestite da un tipo analogo di vernice e decorate
con argilla semiliquida. Presentavano caratteristiche
simili anche i manufatti dei contadini europei, che
furono poi esportati in America dagli
emigranti.
Nel 1743 l'Italia tornò a occupare una
posizione di rilievo con la fondazione della Real
Fabbrica di Capodimonte, voluta da Carlo
III di Borbone. La manifattura, che aveva la sua
sede presso il Palazzo Reale, richiamò artisti da tutta
Europa e riuscì a contrastare il successo di altri
prodotti europei quali quelli provenienti da Meissen, in
Germania. Tuttora celebri sono le sue figurine e i suoi
gruppetti animati e policromi.![]()
B.
L'Ottocento e il Novecento![]()
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Il XIX secolo fu per la ceramica un periodo
di decadenza. In Italia l'unica manifattura in grado di
fronteggiare la concorrenza europea fu quella fondata
nel 1737 vicino a Firenze dal marchese Carlo
Ginori, che nel 1896 si fuse con la fabbrica
milanese diretta da Giulio Richard, dando luogo alla
Società Ceramica Richard-Ginori, ancora oggi maggiore
complesso industriale italiano del
settore.
Sul finire del secolo la lavorazione della
ceramica subì l'influsso dell'Art
Nouveau, che segnò una ripresa di quest'arte come
forma del tutto autonoma. A tale corrente si ispirarono
la produzione di William
Morris e del movimento Arts
and Crafts in Gran Bretagna, nonché del Bauhaus
in Germania.
Ai primi del Novecento assunse un ruolo di
particolare rilievo l'opera del francese André Metthey,
che si avvalse della collaborazione di artisti quali Pierre-Auguste
Renoir e Henri
Matisse. In Spagna si interessò alla ceramica Pablo
Picasso, mentre in Italia Achille Farina riuscì a
eseguire sulla maiolica una pittura simile a quella a
olio. Oggi i centri italiani più importanti fra quelli
che continuano l'antica tradizione sono, oltre a Faenza
in Romagna e Albisola in Liguria, la cittadina umbra di
Deruta e alcune località siciliane, tra cui spicca Caltagirone.
I nomi più celebri nell'ambito della ceramica artistica
sono inoltre quelli di Sciutto, Leverone e Lorenzini.
Tratto da
www.encarta.msn.it