Storia e cultura

 

Ceramica

Tipi, procedimenti e tecniche - Asia orientale L'America precolombiana

Medio Oriente - Il bacino mediterraneo - Il mondo islamico - La ceramica europea

I. Introduzione


Materiale ricavato dalla cottura, in appositi forni, di sostanze minerali naturali, principalmente argilla e caolino. In particolare, dal caolino si ottengono la porcellana, le terraglie e i grès fini, dalle argille comuni si ottengono le terrecotte e i grès naturali, e dalle argille fini le maioliche.


II. Tipi, procedimenti e tecniche 


Con riferimento alla porosità del materiale, prendono il nome di ceramiche a pasta compatta il grès e la porcellana, di ceramiche a pasta porosa la terracotta, la terraglia e la maiolica: le prime sono per loro natura impermeabili all'acqua, mentre le seconde lo diventano solo dopo essere state sottoposte a vetrinatura o smaltatura. La terracotta è la meno pregiata fra le ceramiche porose e si ottiene dalla cottura a temperature relativamente basse (900-1200 °C). A seconda della percentuale e del tipo di ossido di ferro contenuto nell'argilla impiegata, durante la cottura il materiale acquista colore rosso acceso, rosso scuro, marrone o nero. Il grès si ottiene dall'argilla cotta a temperature comprese fra 1200 e 1280 °C ed è un materiale durissimo. Può essere bianco, grigio o rosso scuro e, essendo a pasta compatta, viene vetrinato solo a scopo decorativo. La maiolica o faenza viene prodotta con argilla fine a basso contenuto di ossidi di ferro, per cui è di colore oscillante fra il rosso chiaro e il giallo paglierino; viene cotta di solito a 900-950 °C e rivestita di smalto o vetrina trasparente.


A. Preparazione e lavorazione dell'argilla


Tranne il caso, raro, in cui si lavori l'argilla naturale così come viene estratta dalla cava, si deve anzitutto procedere alla miscelazione dei componenti, regolando nello stesso tempo il grado di umidità della miscela con l'eventuale aggiunta o sottrazione di acqua. La plasticità dell'argilla consente di modellare le forme più diverse: a tale scopo si può ricorrere allo stampaggio o ad altri metodi, tra cui la sovrapposizione a colombini (in cui si usano rotolini di argilla calcati l'uno sull'altro), la spianatura in lastre (in cui ci si avvale di pani di argilla che danno luogo a manufatti di forma geometrica), il colaggio (che consiste nel colare lentamente in uno stampo l'argilla resa fluida dall'aggiunta di acqua) e la foggiatura al tornio.

Il tipo più semplice di tornio da vasaio, inventato nel IV millennio a.C., è costituito da un piatto orizzontale che gira attorno a un asse verticale. Il ceramista modella il vaso o l'anfora con le mani partendo da un blocco di argilla collocato al centro del disco. Alcuni torni sono azionati a mano con l'aiuto di un bastone e rappresentano la tipologia tuttora in uso presso gli artigiani giapponesi. Nell'Europa del Cinquecento apparve un nuovo modello di tornio, azionato con i piedi mediante una ruota fissata all'estremità inferiore dell'asse. Nel XIX secolo fu invece inventato il tornio a pedale, sostituito nel Novecento da torni elettrici, in cui il motore a velocità variabile permette un maggiore controllo della rotazione e quindi una lavorazione più accurata.


B. Essiccazione e cottura


Affinché cuocia senza rompersi, l'argilla deve essere essiccata, cioè lasciata riposare fino a perdere la maggior parte dell'umidità. Quando l'impasto argilloso è quasi completamente asciutto risulta morbido e poroso e può essere cotto sul fuoco a temperature che si aggirano fra i 650 °C e i 750 °C: è questo il metodo tuttora seguito per la fabbricazione di manufatti nelle zone meno sviluppate del mondo. I primi forni, che fecero la loro comparsa nel VI millennio a.C., richiedevano una particolare attenzione perché anche il combustibile (dapprima legna e in seguito carbone) poteva influire sul risultato finale, variando il grado di durezza dell'argilla e producendo ad esempio terraglie anziché grès.

Oggi vengono applicati i metodi della fiamma ossidante e della fiamma riducente, che consistono nell'aumentare o ridurre la quantità di ossigeno disponibile per la combustione. A seconda del tipo di cottura si ottengono infatti materiali diversi; ad esempio l'argilla contenente un'alta percentuale di ossido di ferro appare rossa se cotta con fiamma ossidante, grigia o nera se cotta con fiamma riducente: la variazione di colore è dovuta al cambiamento delle percentuali relative di ossido ferroso (nero) e di ossido ferrico (rosso) variabili a seconda della reazione chimica.


C. Decorazione



Gli oggetti in argilla possono essere decorati prima o dopo la cottura. Quando il materiale è essiccato solo in parte e quindi leggermente rigido "allo stato cuoio", è possibile applicare manici o beccucci al recipiente, il cui corpo può a sua volta essere abbellito con incisioni o piccoli fori, oppure con figure a rilievo prodotte da uno stampino. Il vasaio può inoltre applicare decorazioni metalliche a fuoco oppure levigare le pareti del manufatto in modo che le particelle ruvide rimangano all'interno e la superficie esterna risulti liscia e lucida.

Altre tecniche sfruttano l'effetto ornamentale dato dalla sovrapposizione di argille di colori diversi. Nel metodo dell'ingobbio il materiale semiliquido può essere distribuito sul contenitore per mezzo di una siringa, oppure usato per immergervi il pezzo in modo che questo venga rivestito da una patina spessa pochi millimetri. La procedura nota come neriage consiste invece nel mischiare argille di tinte differenti per farne un impasto che possa essere lavorato a lastra, al tornio, a colombini ecc. Altre tecniche sono infine lo sgraffiato, con cui si realizzano disegni decorativi graffiando la superficie con punte metalliche, e la serigrafia, che trasferisce la decorazione sulla ceramica mediante uno schermo di seta.


D. Smalti e vetrine


Nella storia della ceramica i prodotti privi di rivestimento sono sempre stati più comuni di quelli smaltati o vetrinati. La vetrina è una copertura trasparente che si applica all'argilla ed è, come dice il nome, simile al vetro. Infatti è costituita da silice o da quarzo e nitrato o carbonato di sodio o di potassio, ossido e carbonato di piombo, oltre a eventuali sostanze coloranti.

Sottoposta a fusione, tale miscela si trasforma in una sostanza vetrosa che prende il nome di "fritta" e che, una volta solidificata, viene frantumata e polverizzata e quindi stesa sull'argilla cruda o sul biscuit ("biscotto"), cioè sul materiale già sottoposto a una prima cottura. Dopo l'applicazione il pezzo deve essere nuovamente posto in forno a una temperatura compatibile con quella necessaria per la cottura dell'argilla.

Lo smalto bianco o stannifero ha la medesima composizione della vetrina, cui viene però aggiunto stagno, che conferisce una colorazione bianca e coprente. Altre tinte si ricavano unendo allo smalto bianco o alla vetrina ossidi metallici: ad esempio, gli ossidi di ferro e i sali di uranio conferiscono al pezzo una sfumatura rossa, mentre l'antimonio produce il giallo e gli ossidi di zinco e cobalto il blu. Il rame dà un colore verde alle vetrine di ossido di piombo e una tinta turchese alle vetrine alcaline, mentre la cottura in forno riducente dà luogo a una sfumatura rossa.


E. Decorazione soprasmalto e sottosmalto


Le ceramiche possono essere dipinte prima o dopo la cottura. Nel Neolitico si ricorreva a ocre e altri pigmenti naturali per decorare pezzi privi di rivestimento. Gli ossidi metallici impiegati insieme alle vetrine richiedono temperature più elevate per far sì che il colore si fissi. Qualora si utilizzino smalti, occorre invece sottoporre il pezzo a cottura "a piccolo fuoco" (cioè a bassa temperatura). Le decalcomanie (disegni stampati su carta sottile che si trasferiscono sull'oggetto ceramico lasciando un decoro) sono il metodo ornamentale più diffuso per la fabbricazione su larga scala. Mentre nel Settecento le lastre stampate venivano incise a mano, oggi ci si avvale della litografia e della fotografia.


III. Asia orientale     vai all'inizio  - TOP


Nell'antichità i principali produttori di ceramiche nell'Asia orientale furono la Cina, la Corea e il Giappone.

A. Cina


Nel Neolitico le ceramiche cinesi venivano fabbricate con la tecnica a colombini e forgiate con l'aiuto di un'asta metallica, mentre in un'epoca appena più tarda (II millennio a.C.) i recipienti venivano lavorati a mano e rifiniti al tornio. Nel Gansu, nella Cina nordoccidentale, i vasi pan-shan, realizzati con argilla a grana fine e di colore rosso scuro, venivano dipinti con l'ausilio di pennelli e pigmenti naturali e presentavano marcate linee a S che formavano dei cerchi. Il primo tipo di forno usato dagli artigiani cinesi fu quello a tiraggio verticale, in cui il fuoco bruciava sotto il pezzo da cuocere e fori praticati sulla parte inferiore consentivano alle fiamme e al calore di salire. Le ceramiche long-shan, provenienti dalle pianure centrali, erano lavorate al tornio e comprendevano varie forme, dai tripodi alle caraffe, dalle urne alle tazze, dalle anfore ai calici.

Durante la dinastia Shang (XVIII-XI secolo ca. a.C.) i manufatti neolitici vennero presi a modello per la produzione di oggetti in bronzo, e stampi in ceramica di ottima fattura venivano usati per foggiare gli oggetti metallici, come dimostrano alcuni reperti archeologici. Le ceramiche Shang si suddividevano in quattro tipi principali, di cui furono riportati alla luce numerosi esempi ad Anyang, nell'attuale provincia di Henan, un tempo capitale del regno. Il primo tipo continuò la tradizione neolitica dell'argilla grigia a pasta grossolana, decorata con incisioni geometriche o con un metodo che consisteva nell'intrecciare cordicelle attorno a un bastoncino di legno che, ruotato e premuto sul pezzo, dava luogo a fantasiosi motivi ornamentali. Il secondo gruppo era formato da imitazioni di recipienti in bronzo dal colore grigio scuro, il terzo da ceramiche bianche finemente intagliate e l'ultimo da grès vetrinato.

A parte la ceramica bianca, tutti i tipi di ceramiche Shang sopravvissero durante il regno della dinastia Zhou (XI-III secolo a.C.). Nel IV-III secolo a.C. apparve una terraglia rossa decorata con vetrine a base di piombo e impiegata per produrre imitazioni dei pezzi in bronzo. Nel Sud il grès rivestito da vetrine di color marrone chiaro venne modellato in forme elaborate.

Nel 1974 il ritrovamento dell'armata di terracotta dell'imperatore Shi Huangdi, il primo della dinastia Ch'in (221-206 a.C.), rappresentò un grande progresso nella conoscenza dell'arte ceramica cinese. Si trattava di un esercito imperiale composto da oltre seimila soldati a grandezza naturale e da cavalli in formazione militare. Queste bellissime figure, ricche di particolari, furono foggiate nell'argilla grigia, con teste e mani cotte separatamente e applicate solo in un secondo momento. Vennero poi dipinte con brillanti pigmenti minerali (mediante un procedimento detto decorazione a freddo), la maggior parte dei quali si è purtroppo scrostata.

Nel periodo delle Sei dinastie (III-VI secolo d.C.) comparve il celadon, un precursore della futura porcellana, che si liberò finalmente dell'influenza della lavorazione del bronzo. Giare, caraffe e piatti acquistarono linee più delicate, ornandosi di semplici decorazioni incise o modellate.

Durante la dinastia Tang (VII-X secolo d.C.), gli oggetti prodotti si arricchirono di elementi tipici dell'Asia centrale. Ciotole e bacinelle venivano esportate in India, nell'Asia sudoccidentale e nell'impero musulmano. Prevalevano le terraglie bianche rivestite da una vetrina gialla e verde con decorazioni a chiazze casuali e la porcellana a sfumature bluastre o verdastre.

La lavorazione della porcellana fu perfezionata sotto la dinastia Sung (X-XIII secolo), periodo in cui la ceramica cinese raggiunse i massimi livelli di raffinatezza e di elaborazione.


B. Corea


La ceramica cinese ebbe grande influenza sulla produzione coreana; gli artigiani locali seppero tuttavia apportare abili modifiche ai modelli stranieri. Il grès grigio, ritrovato in alcune tombe, fu tipico della dinastia Silla (I secolo a.C. - X secolo d.C.), durante la quale le ceramiche non venivano vetrinate e il vasellame, dalle forme monumentali, presentava un piede alto, allargato verso l'esterno, alleggerito da aperture rettangolari. 

C. Giappone


Le più antiche ceramiche giapponesi conosciute risalgono al Neolitico, e più esattamente alla cultura Jomon, sviluppatasi tra il 3000 e il 350 circa a.C.: erano modellate a mano con la tecnica a colombini. Abbellite da tessiture decorative ottenute tramite cordoncini intrecciati, venivano cotte sul fuoco a bassa temperatura e si distinguevano per la gamma cromatica che variava dal rossiccio al grigio e al nero. Diffuso era inoltre l'impiego di ossido di ferro per conferire una colorazione rossa a statuette funerarie e oggetti d'uso domestico.

Fra il III secolo a.C. e il III secolo d.C., gli artigiani giapponesi usavano due diversi tipi di forno, tuttora in uso: il forno in salita, di provenienza coreana, veniva scavato sul pendio di una montagna ed era dotato di ben venti camere di cottura, in cui i pezzi cuocevano per periodi molto lunghi, che a volte raggiungevano le due settimane. Nel forno a tiraggio verticale i pezzi venivano cotti da un fuoco acceso in una fossa coperta ed erano collocati in una camera di cottura circolare all'estremità della fossa stessa; la parte superiore del forno era coperta, a eccezione di uno sfiatatoio da cui usciva il fumo.

Al periodo detto kofun ("tumulo funerario", III-VI secolo d.C.) risalgono i manufatti ritrovati nelle magnifiche tombe degli imperatori giapponesi, noti come ceramiche haji. Di grande pregio furono gli haniwa, cilindri in terracotta disposti intorno ai sepolcri e spesso coronati da statuette funerarie che rappresentavano persone o animali.

Nell'epoca Nara (VIII secolo d.C.) si fece predominante l'influsso della produzione cinese. Mentre gran parte delle vetrine era monocromatica (verdi o giallo-marrone), altre avevano due tonalità (verde e bianco) e alcune persino tre. I motivi ornamentali più apprezzati erano le chiazze e le striature, anche se non in forme raffinate quanto quelle cinesi.

Tra il X e il XII secolo i rapporti con la Cina si fecero più freddi e tra le conseguenze si ebbe un declino nell'arte della ceramica, che rifiorì solo nel XII-XIII secolo. Il principale centro dell'attività fu allora Seto, non lontano da Nagoya. Il ki-seto, o seto giallo, prodotto tuttora, subì l'influsso del celadon Sung, che tanto successo aveva riscosso in Cina; i vasi giapponesi si distinsero però dai modelli di partenza per la cottura in forni a fiamma ossidante, che conferiva ai pezzi sfumature gialle e ambrate.

Tra il XIV e il XVI secolo, la tradizione della cerimonia del tè incoraggiò la creazione di splendidi recipienti, che riflettevano l'eleganza discreta e raffinata della cerimonia e che incontrarono il favore dei militari e delle classi medie.

Una tipologia di tazze da tè molto ricercata era quella conosciuta come temmoku, caratterizzata da una vetrina marrone-porpora e in voga ancora oggi. Dai forni di Seto provenivano oggetti di pregio così evidente che anche i prodotti di altri forni presero il nome di ceramiche seto. Altrettanto famosa divenne la ceramica raku, fabbricata ancora adesso dalla quattordicesima generazione della medesima famiglia. Il raku, con cui si producono tazze, piastrelle e recipienti di vario genere, viene modellato a mano secondo un criterio di calcolata asimmetria, rivestito da più strati di vetrina e cotto a bassa temperatura. Quando la vetrina si è fusa, il pezzo viene prelevato dal forno per mezzo di pinze: raffreddandosi rapidamente il materiale, sulla vernice, a causa dello sbalzo di temperatura, si forma la caratteristica screpolatura.

Un'altra varietà di ceramica popolare nello stesso periodo fu il karatsu, che rivelava chiaramente l'influsso della ceramica coreana. Esistevano numerose qualità di karatsu: la più famosa era abbellita da disegni geometrici e raffigurazioni di erbe e glicini dipinti in argilla semiliquida dalla colorazione biancastra. Nello stesso periodo si raggiunsero risultati notevoli nella lavorazione della ceramica bizen, un grès durissimo, di solito rosso mattone, ma soggetto a variazioni di colore dovute all'alternanza di cottura a fiamma riducente e a fiamma ossidante. I prodotti dello stile bizen non presentano alcun rivestimento, a parte la vetrina naturale formata da cenere o paglia.

Le opere degli attuali artigiani giapponesi sono molto ricercate e, sebbene abbiano subito l'impatto dei modelli europei, conservano ancora gli antichi metodi di lavorazione e le decorazioni tradizionali. I grandi centri del passato hanno infatti mantenuto invariata la loro fama e si avvalgono ancora delle argille locali. Il più celebre ceramista giapponese del XX secolo fu Hamada Shoji, che diede anche un forte stimolo al recupero delle arti popolari. Privilegiò il grès verde oliva, grigio, marrone e nero e non volle mai firmare i suoi pezzi, lasciando il suo nome solo sui contenitori in legno che li accoglievano. 


IV. L'America precolombiana    vai all'inizio  - TOP

L'antica ceramica americana, che aveva una funzione insieme pratica e religiosa, si contraddistinse per forme e decorazioni del tutto diverse rispetto a quelle europee e per l'elevato livello artistico dei prodotti. I metodi più diffusi erano la tecnica a colombini, la foggiatura a mano e lo stampaggio, mentre il tornio era del tutto sconosciuto. I motivi ornamentali erano dipinti con argilla semiliquida colorata mediante l'aggiunta di pigmenti vegetali e minerali.


A. America meridionale


Sebbene i pezzi più antichi, datati intorno al 3200 a.C., siano stati ritrovati in Ecuador, i principali stili sudamericani videro la luce in Perù dove al motivo del giaguaro, tipico della produzione chavín (VIII-V secolo a.C.), seguì nel I millennio d.C. una delle migliori ceramiche precolombiane, quella prodotta dalla cultura mochica lungo la costa settentrionale. I vasi, fabbricati in serie con stampi in negativo, venivano sottoposti a cottura ossidante, il cui risultato era un colore rosso o rosato. La decorazione abbracciava figure umane, rituali o fantastiche. Più a sud la civiltà nazca fabbricò giare policrome dalla doppia imboccatura, abbellite perlopiù da figure stilizzate di animali. In un'epoca successiva i tiahuanac e gli inca crearono stili di buon livello ma meno caratteristici.


B. America centrale


Le culture mesoamericane del 1500-1000 a.C. idearono numerosi stili che includono le figurine naturalistiche degli olmechi, i vasi policromi a tre piedi ritrovati a Teotihuacán e le ceramiche tolteche dipinte di rosso su fondo crema o di arancione su fondo bruciato. In seguito tra gli aztechi si affermarono i motivi astratti, poi sostituiti da uccelli e altri esseri viventi. Gli zapotechi e i mixtechi, che occupavano una regione più meridionale, furono impermeabili all'influsso azteco e modellarono figure animali, umane e divine, oltre a un tipo di ceramica policroma, fondamentale per lo sviluppo futuro dei prodotti messicani.

I risultati più notevoli furono comunque raggiunti dai maya, il cui repertorio comprendeva statuette, vasi cilindrici policromi ornati da scene e geroglifici, nonché placche in ceramica stampata o plasmata abbellite dalla raffigurazione di episodi di vita quotidiana.


C. America settentrionale


Nel I millennio a.C. gli abitanti della regione del Mississippi produssero ceramiche dipinte, incise e plasmate. Nel Sud-Est gli hohokam produssero invece un tipo di ceramica di colore rosso, chiara su fondo scuro, mentre agli anasazi va attribuita una particolare qualità di ceramica policroma. Entrambi i materiali erano ornati da figure umane e animali, e divennero famosi quanto la ceramica mimbres della cultura mogollon, caratterizzata da disegni geometrici, uccelli, pipistrelli, rane e scene cerimoniali dipinte in nero su fondo bianco. Tutte queste tradizioni confluirono poi nella moderna arte pueblo, nota per le sue ceramiche nere.

 V. Medio Oriente    vai all'inizio  - TOP


I più antichi manufatti mediorientali furono riportati alla luce a Çatal Hüyük, in Anatolia, e risalgono al 6500 a.C. Oltre a statuette sacre in terracotta e a figurine in argilla dipinta, la produzione di questa zona (poco lontana dall'attuale Çumra, in Turchia) comprende pezzi dipinti con ocra rossa su fondo color crema. Altri oggetti erano invece monocromatici: beige, rosso scuro, grigio chiaro e marrone. La tecnica più diffusa era quella a colombini, anche se non mancavano vasi con semplici incisioni a linee orizzontali, e i metodi di cottura prevedevano l'uso di forni da pane o di forni chiusi con camere di cottura separate. Altre ceramiche del Neolitico, provenienti soprattutto dalla Siria, presentavano disegni impressi sulla superficie o venivano pettinati con conchiglie.


A. Persia e Mesopotamia


Le più antiche ceramiche dipinte della Mesopotamia settentrionale furono prodotte poco prima del V millennio a.C. A Samarra figure stilizzate di uomini e animali venivano disegnate in rosso, marrone o nero su fondo rosso scuro e poco più tardi Tell Halaf si distinse per la qualità dei suoi prodotti, dovuta alla maggiore familiarità con i forni acquisita dai vasai locali.

Nello stesso periodo gli artisti persiani dipingevano motivi geometrici su vasi coperti di argilla semiliquida dalle tinte tenui. Attorno al IV millennio a.C. entrò nell'uso il tornio e la Persia conobbe le ceramiche monocromatiche rosse e grigie grazie alle migrazioni di popolazioni settentrionali. La città di Susa si distinse per i pezzi di colore chiaro a forma di calice, coppa emisferica e giara, le cui decorazioni più caratteristiche furono i motivi astratti, sebbene non mancassero immagini animali o vegetali. Più tardi incontrarono grande favore le figurazioni di cavalli, che oggi gli studiosi pongono in relazione con le migrazioni dei popoli della steppa.

La ceramica vetrinata fece la sua comparsa attorno al 1500 a.C., periodo in cui i prodotti migliori non erano destinati all'uso domestico, bensì alla decorazione di edifici. Tale tradizione vide la luce nel III millennio a Uruk, dove nicchie e colonne sono alleggerite da delicate figure geometriche composte da piccoli coni con base colorata e affondata con la punta nell'intonaco fresco. A Babilonia, durante il dominio dei cassiti (metà del II millennio a.C.), la terracotta non vetrinata veniva usata per rivestire le facciate di templi e palazzi, mentre più tardi, in quella che è l'attuale Khorsabad, la capitale del regno di Sargon II (722-705 a.C.), l'entrata del tempio fu abbellita da mattoni smaltati raffiguranti una teoria di animali. La riproduzione di motivi analoghi raggiunse i risultati più notevoli nel VI secolo a.C. a Babilonia, dove la celebre via processionale fu decorata con mattoni smaltati che riproducevano un gran numero di tori, draghi e leoni dai colori variabili tra il giallo, il marrone e il nero, incisi o modellati su fondo blu o blu-verde. Le pareti della sala del trono sfoggiavano bellissimi leoni, mentre le colonne erano sormontate e circondate da palmette e fiori di loto stilizzati. 


VI. Il bacino mediterraneo    vai all'inizio  - TOP


I manufatti provenienti dalle isole dell'Egeo e del Mediterraneo (soprattutto Creta e Cipro), risalenti alla fine dell'età del Bronzo e all'inizio dell'età del Ferro, testimoniano la grande originalità degli artisti, che dipinsero motivi geometrici, astratti e figurativi, su pezzi bicromi.


A. Egitto


Nel V millennio a.C i vasai egizi produssero stoviglie, giare e coppe sottili, aggraziate e dalle raffinate decorazioni. La ceramica dipinta del IV millennio a.C., invece, non riuscì a mantenersi al medesimo livello. Nell'Egitto faraonico conobbero larga diffusione le faenze (molto diverse da quelle che si sarebbero prodotte in Europa secoli dopo); apparse intorno al 2000 a.C., erano caratterizzate da smalto verde scuro o blu che ricopriva una superficie ricca di quarzo in polvere ed erano più simili al vetro che alla ceramica. Gli oggetti più richiesti erano gioielli e grani per collane, nonché raffinate tazze, scarabei e statuette, che venivano sepolti con i defunti.


B. Grecia


L'arte della ceramica fu molto importante per la Grecia classica. L'argilla locale veniva lavorata al tornio e ogni forma possedeva un nome specifico e una funzione particolare all'interno della società e delle cerimonie greche: l'anfora era un contenitore alto e a due anse adatto alla conservazione di vino e olio; l'hydría era un vaso da acqua analogo all'anfora, ma dotato di due anse orizzontali e una verticale; il lékytos era un recipiente dal collo stretto e di forma talora allungata, talora tondeggiante; la kýlix era una coppa a due anse con piede di lunghezza variabile; l'oinochóe serviva come brocchetta per versare il vino; il cratere era infine una larga brocca usata per mescolare l'acqua con il vino. Caratteristiche del periodo ellenistico furono inoltre le ceramiche nere e prive di decorazioni ispirate tanto alla ceramica decorata quanto agli oggetti in metallo, due tipologie che influenzarono l'artigianato romano.

Verso la fine dell'età del Bronzo i micenei avevano iniziato a dipingere sui loro vasi piante, creature marine e animali fantastici. Attorno al 1000 a.C. ad Atene si sviluppò lo stile geometrico, in cui la funzione decorativa non era più affidata al colore bensì alla linea, le cui forme seguivano la struttura dei vasi. Gli esempi più rappresentativi di tale tendenza, che entrò in crisi nel VI secolo a.C., sono i vasi del Dípylon, così chiamati dalla porta del quartiere ateniese del Ceramico e datati intorno al 750 a.C., impreziositi da fasce decorative con raffigurazioni di guerrieri e di figure disposte in successione orizzontale. A Rodi e a Corinto fu invece elaborata la ceramica orientaleggiante, che si distinse per le fasce figurate orizzontali e per la prevalenza delle strisce di animali stilizzati, in cui piccoli motivi geometrici autonomi si affastellavano intorno alle raffigurazioni per riempire il fondo, altrimenti neutro.

I vasai dell'Attica si distinsero per i pezzi ingobbiati in argilla di colore rosso-arancione su cui soggetti in nero venivano disegnati con appositi pennellini. Le tinte usate per raffigurare gli abiti e la carnagione erano il bianco e il rosa e i disegni più in voga furono poche figure umane e carri trionfali, cui si aggiunsero anche animali ed esseri mitologici (soprattutto nella fase orientaleggiante che seguì il periodo geometrico), talvolta intervallati da motivi geometrici vegetali. A partire dal VI secolo gli artisti preferirono le figure umane a quelle animali, rappresentando perlopiù uomini, divinità, battaglie, banchetti, musici, matrimoni, cerimonie e scene di vita quotidiana. Talvolta venivano addirittura citati i nomi di eroi ed episodi e le scene di spunto mitologico o letterario divennero sempre più ricorrenti. La tecnica detta "a figure nere" diede a sua volta luogo a due tendenze: se da una parte vi erano infatti i pittori miniaturisti, orientati verso l'illustrazione di scene mitologiche ricche di personaggi, dall'altra vi furono artisti, come ad esempio Exechia, che privilegiarono episodi concentrati su pochi eroi principali, le cui vicende costituivano un quadro vero e proprio.

Attorno al 530 a.C. si ebbe un'importante innovazione nell'arte ceramica. I vasai invertirono i colori inventando la tecnica a figure rosse su fondo nero, che fu popolare soprattutto tra il 510 e il 430 a.C. Il fondo veniva dipinto di nero e il decoro in negativo risaltava grazie all'impiego di argilla rosso-arancione. La nuova procedura lasciava al ceramista maggiore libertà consentendogli anche di diluire la vernice per sfumare le tinte. I colori secondari del rosso e del bianco persero parte della loro importanza, mentre talvolta si usò l'oro per la rappresentazione di gioielli o particolari in metallo. L'anatomia delle figure si fece più realistica e dopo il 480 a.C. anche i gesti e le espressioni. Molto caratteristici furono in questo ambito i vasi "bilingui", che rappresentavano due volte la medesima scena sfruttando il contrasto tra il vecchio e il nuovo procedimento.


C. Roma


I romani apprezzavano i manufatti in argilla ravvivata da una vernice di colore rosso brillante. Il metodo vide la luce sulle coste orientali del Mediterraneo nel tardo periodo ellenistico e consisteva nell'immergere i pezzi in argilla a elevato contenuto di silice che, lucidata, garantiva una notevole brillantezza, e nel cuocerli a fiamma ossidante. La tecnica decorativa più diffusa fu quella della terra sigillata, ovvero ornata dai sigilla, piccoli disegni a rilievo impressi con stampi a elementi intercambiabili (vedi Sigillo), fattore che offriva ai ceramisti la possibilità di variare a piacimento i disegni. Il metodo si diffuse in gran parte dell'impero, specialmente nell'Italia settentrionale e in Gallia, a partire dal I secolo a.C. e il vasellame così decorato fu il più utilizzato dai legionari romani che conquistarono le regioni nordoccidentali.

In altre parti d'Italia, e in particolare in Etruria, gli oggetti di colore nero rimasero invece in voga. Gli etruschi divennero famosi per l'uso del bucchero, un materiale la cui composizione rimane ancora oggi ignota nonostante si ritenga che la colorazione nerastra derivasse dall'aggiunta di polvere di carbone all'argilla di base. Oggi si chiamano genericamente buccheri i manufatti prodotti con questo materiale, dai vasi più raffinati ai recipienti più grossolani. Gli artisti etruschi si servirono di numerosi metodi decorativi: oltre ai soggetti in rilievo entrarono infatti nell'uso figure impresse con rotelle o stampini e fregi già compresi nello stampo con cui si dava forma all'oggetto.

Anche le ceramiche ispirate a quelle greche verniciate di nero conobbero larga diffusione nell'impero romano, assumendo talvolta le forme degli oggetti celtici in metallo (vedi Arte celtica). A volte l'argilla veniva lavorata in modo da ottenere una decorazione a puntini; in altri casi si ricorreva ad argilla semiliquida di colore bianco o a pigmenti. I vasai romani utilizzarono anche vetrine al piombo colorate con ossidi metallici, producendo ceramiche destinate a diventare le più famose nell'Europa medievale. 

VII. Il mondo islamico    vai all'inizio  - TOP


Al tempo degli Omayyadi (VII-VIII secolo) i ceramisti attivi nei territori arabi furono debitori delle tecniche di fabbricazione e decorazione ellenistiche e sasanidi. Le manifatture siriane e mesopotamiche imitarono inoltre la tecnica romana della terra sigillata, mentre in seguito gli artigiani islamici riscoprirono il metodo egizio della vernice vetrificata a base alcalina. A partire dal IX secolo i pezzi musulmani subirono infine l'influenza dei modelli cinesi, soprattutto dei "bianchi" Tang, tra il IX e l'XI secolo; tra il XII e il XIV secolo si ispirarono alle ceramiche bianche Sung e tra il XV e il XIX secolo agli oggetti bianchi e blu prodotti sotto la dinastia Ming.


A. Gli stili arabi medievali


Nel IX secolo i califfi della dinastia abbaside indussero gli artigiani a usare l'argilla locale per imitare le ceramiche Tang vetrinate. I vasai arabi elaborarono tuttavia uno stile autonomo, tracciando sulla superficie bianca disegni floreali e geometrici in blu, giallo, verde e porpora, oppure ricorrendo alla tecnica dello sgraffiato, grazie alla quale sul fondo candido spiccavano i soggetti ornamentali nel colore rosso bruno dell'argilla incisa con una punta metallica. Alcuni reperti mesopotamici rivelano anche l'uso della tecnica egizia del lustro: gli oggetti già vetrificati venivano dipinti con pigmenti metallici e sottoposti a nuova cottura in forno riducente. L'effetto ottenuto era quello di un'impercettibile pellicola metallica colorata e lucida che ricopriva la superficie.

Quando nel X secolo molti artigiani lasciarono l'Iraq per emigrare nelle regioni occidentali del mondo islamico, portarono con sé la tecnica del lustro destinata a influenzare la produzione europea giungendo nel continente attraverso la Spagna occupata dai mori e divenendo popolare anche nell'Egitto dei fatimidi.

B. Persia e Turchia
  
Con l'avvento al potere dei selgiuchidi, nel XII secolo la Persia divenne il maggiore centro mediorientale della produzione di ceramiche. Gli artisti persiani idearono un impasto duro e bianco molto simile alla porcellana cinese, e lo sfruttarono per la produzione di pezzi monocromi, soprattutto di colore bianco e blu cobalto, che ricordavano il celadon orientale. Allo stesso periodo risale l'invenzione della ceramica denominata minai ("smalto"), ottenuta riproducendo parte dei disegni sul materiale crudo, sottoponendolo a una prima cottura, terminando la decorazione con altri colori e infine cuocendo nuovamente il manufatto. I soggetti ornamentali erano spesso eseguiti da miniatori e si rifacevano ai temi degli stessi manoscritti miniati: battaglie, scene di corte e battute di caccia. All'epoca della conquista mongola il minai fu sostituito da ceramiche dipinte a colori opachi su fondo blu o turchese, e i vasai di Kashan presero a imitare il celadon cinese. Le vernici vetrificate blu cobalto erano apparse in Persia nel IX secolo, ma con il tempo persero la loro popolarità. Furono riprese fra il Trecento e il Settecento in risposta alla richiesta cinese ed europea di esemplari blu e bianchi.

Iznik fu uno dei maggiori centri di fabbricazione della tarda ceramica musulmana e si distinse per i suoi prodotti a partire dalla fine del Quattrocento. Se inizialmente l'attività si concentrò su pezzi bianchi e blu, nella prima metà del XVI secolo i manufatti di Iznik allargarono la propria gamma di colori al turchese, al porpora, al verde e al nero, per poi passare verso il 1550 a una caratteristica tonalità di scarlatto. I motivi più apprezzati erano quelli vegetali e in particolare i tulipani, riprodotti su piastrelle, piatti e recipienti.

Dalla città di Kubachi prese nome un'altra importante produzione, contemporanea alle ceramiche di Iznik, la cui caratteristica principale fu data dalle eleganti composizioni di uomini e piante, scandite perlopiù da archi. In generale le ceramiche dell'Islam venivano modellate per mezzo di stampi e avevano forme ispirate all'arte cinese o agli oggetti in metallo. Oltre al lustro, un ramo molto originale dell'artigianato locale fu la fabbricazione di piastrelle per le moschee.

 VIII. La ceramica europea    vai all'inizio  - TOP


A. La produzione anteriore al 1800


Le ceramiche musulmane abbracciano anche la produzione spagnola del periodo compreso tra il XIII e il XV secolo. Tali manufatti, definiti "ispano-moreschi", provenivano soprattutto da Paterna e Valencia e venivano esportati dall'isola di Maiorca, dal cui nome derivò il termine italiano "maiolica".


1. Maioliche italiane e di Delft


In Italia, già nel XII secolo erano attive le manifatture di maiolica ingobbiata di Firenze, Siena, Orvieto e Faenza. Fino al XIV secolo era diffuso l'uso di piatti di maiolica decorati a disegni geometrici policromi come ornamento architettonico, ma fu nel XV secolo che l'arte ceramica visse il suo periodo felice. La terracotta, in precedenza limitata agli ornamenti, incisi o a rilievo, intorno a porte, finestre e archi, fu nobilitata in pregevoli opere di scultura da artisti come Antonio Pollaiolo e Donatello in Toscana, Niccolò dell'Arca e Guido Mazzoni in Emilia. Nel contempo, Luca e Andrea Della Robbia perfezionarono l'uso delle maioliche nella scultura e nella decorazione.

Nelle città toscane si susseguirono gli stili ornamentali, primi fra tutti quello detto dei verdi (per i caratteristici contorni verdi delle figure) e la decorazione "a penna di pavone", di derivazione orientale. Verso la fine del Quattrocento i motivi prevalentemente geometrici che decoravano piatti e vasi furono sostituiti da raffigurazioni a tutto campo di scene e personaggi ispirati alla pittura dell'epoca, con abbondanza e ricchezza di colori: figure singole o scene mitologiche o sacre, immagini di caccia o di guerra. Le manifatture più creative, in questo genere di maiolica "istoriata", erano a Faenza, Urbino, Pesaro, Cafaggiolo, Gubbio, Casteldurante. Da allora e per lungo tempo una posizione di primo piano fu occupata dalle ceramiche di Faenza, città dal cui nome deriva il termine francese faïence, coniato dopo il 1600 e tuttora usato come sinonimo di maiolica (anche nella versione italiana di ritorno, "faenza"). Dopo la maiolica istoriata, a Faenza ebbe grande successo una decorazione stilizzata a colori tenui su smalto bianco (lo stile dei "bianchi di Faenza"). Verso il 1650 la fabbricazione di maiolica si concentrò nella città olandese di Delft dove nacquero le celeberrime maioliche di Delft. Tra il 1630 e il 1700 questo centro produsse infatti un materiale sottile, dalle decorazioni delicate, adatto alla realizzazione di piastrelle, piatti, brocche e vasi.

Nel frattempo, in Italia, il numero delle manifatture di maiolica continuava a crescere, anche se nessuna ai livelli di eccellenza di Delft: a cominciare dal Seicento e per tutto il Settecento si produssero decorazioni istoriate, con scene generalmente burlesche, a Montelupo Fiorentino, in stile cinquecentesco a Caltagirone, ancora istoriate a Castelli in Abruzzo. Furono molto attive le manifatture liguri di Savona e Albisola e quelle venete di Bassano, Angarano e Nove, nelle cui decorazioni prevaleva il gusto barocco. Alla fine del Settecento, a un nuovo fulgore della produzione di Faenza e Orvieto si affiancarono in bella evidenza le maioliche istoriate di San Quirico d'Orcia, vicino a Siena, e quelle a figurine e paesaggi, imitanti lo stile cinese, di Lodi e Milano.

Fino all'inizio dell'Ottocento in Europa conobbe larga diffusione un tipo di ceramica che si otteneva immergendo il vaso già cotto in una vetrina piombifera cui era stato aggiunto ossido di stagno (sbiancante e opacizzante), il quale consentiva di nascondere del tutto il colore dell'argilla e di ricavare una superficie che poteva essere dipinta nella tinta desiderata mediante cottura a temperature elevate. Nel Settecento si usava dipingere la vernice stannica con smalti, per poi sottoporre i pezzi a cottura ulteriore.

Sul finire del Settecento la supremazia olandese venne indebolita dall'innovazione britannica della terraglia a impasto bianco e poroso. La tecnica, nata nello Staffordshire, fu perfezionata da Josiah Wedgwood, la cui fabbrica si specializzò nella lavorazione di terraglie dette cream-coloured, di stile neoclassico e di finissima qualità, ed ebbe il merito di trasformare la ceramica da bene di lusso a oggetto di uso comune.


2. Grès e terraglie rivestite in vernice piombica


Il grès europeo fu eleborato in Germania sul finire del Trecento. Si trattava di un materiale rivestito da smaltatura a sale, o "salatura", ottenuta cospargendo di sale (cioè cloruro di sodio) il fondo del forno di cottura: lo strato vetroso si forma per fusione di un velo superficiale del materiale ceramico arricchito dall'ossido di sodio fondente, originato dalla vaporizzazione del sale. Tra il XVI e il XVII secolo si affermarono le terraglie Hafner, ricoperte di vernice piombica e dalle forme che imitavano i bricchi e i boccali in metallo. Le tradizionali terraglie inglesi erano rivestite da un tipo analogo di vernice e decorate con argilla semiliquida. Presentavano caratteristiche simili anche i manufatti dei contadini europei, che furono poi esportati in America dagli emigranti.

Nel 1743 l'Italia tornò a occupare una posizione di rilievo con la fondazione della Real Fabbrica di Capodimonte, voluta da Carlo III di Borbone. La manifattura, che aveva la sua sede presso il Palazzo Reale, richiamò artisti da tutta Europa e riuscì a contrastare il successo di altri prodotti europei quali quelli provenienti da Meissen, in Germania. Tuttora celebri sono le sue figurine e i suoi gruppetti animati e policromi.


B. L'Ottocento e il Novecento


Il XIX secolo fu per la ceramica un periodo di decadenza. In Italia l'unica manifattura in grado di fronteggiare la concorrenza europea fu quella fondata nel 1737 vicino a Firenze dal marchese Carlo Ginori, che nel 1896 si fuse con la fabbrica milanese diretta da Giulio Richard, dando luogo alla Società Ceramica Richard-Ginori, ancora oggi maggiore complesso industriale italiano del settore.

Sul finire del secolo la lavorazione della ceramica subì l'influsso dell'Art Nouveau, che segnò una ripresa di quest'arte come forma del tutto autonoma. A tale corrente si ispirarono la produzione di William Morris e del movimento Arts and Crafts in Gran Bretagna, nonché del Bauhaus in Germania.

Ai primi del Novecento assunse un ruolo di particolare rilievo l'opera del francese André Metthey, che si avvalse della collaborazione di artisti quali Pierre-Auguste Renoir e Henri Matisse. In Spagna si interessò alla ceramica Pablo Picasso, mentre in Italia Achille Farina riuscì a eseguire sulla maiolica una pittura simile a quella a olio. Oggi i centri italiani più importanti fra quelli che continuano l'antica tradizione sono, oltre a Faenza in Romagna e Albisola in Liguria, la cittadina umbra di Deruta e alcune località siciliane, tra cui spicca Caltagirone. I nomi più celebri nell'ambito della ceramica artistica sono inoltre quelli di Sciutto, Leverone e Lorenzini.

Tratto da www.encarta.msn.it